nessuna parola
24 martedì apr 2012
Posted in quel che resta del mondo, ricordella
24 martedì apr 2012
Posted in quel che resta del mondo, ricordella
02 venerdì mar 2012
Posted in quel che resta del mondo
Ho dormito malissimo e ho un mal di testa di quelli che nemmeno la madonna.
Ieri è stata una giornata pesante, pesantissima.
Direttivo sindacale e mare di stronzate galattiche.
Notizia della morte di Lucio Dalla (che mi girano i coglioni, anche perché contavo di vederlo dal vivo almeno un’altra volta).
Giorni fa una persona aveva postato Futura in un commento, e mi aveva commossa, perché mentre gli altri (compresa me) avevano commentato in modo ironico, quel commento si differenziava tra gli altri, e avevo pensato risentendola che non avrei potuto dire quale delle sue canzoni mi piaceva di più, tanto le amavo quasi tutte.
Ieri sera Servizio Pubblico, secondo me la più bella trasmissione della stagione.
Ma le lacrime che verso mentre ceno e guardo mi condizionano la notte.
Imbarazzante e inesistente Bersani, come sempre graffiante e mediatico Travaglio, ma il punto più alto lo ha raggiunto l’intervista alla compagna di Luca Abbà.
E poi mi ci sono immedesimata, e ho pensato che io non ci sarei mai salita su quel traliccio, che non sarei stata in grado di spingermi così avanti per far valere un diritto: quello di essere ascoltati.
E sentivo le parole di lei, che raccontava di quel che vuole lui, che è quello che vorrei io: avere un pezzo di terreno da coltivare, stare fuori dai coglioni, vivere nei limiti del mio, senza esagerazioni, e ricreare, con un gruppo di persone una comunità, una piazza, spazi comuni per i bambini e gli anziani. Case singole (nessuno vuole la “comune”) e spazi in comune, gruppi d’acquisto di quel che non si riesce a produrre in proprio e un po’ di tranquillità.
Piangevo, perché non troverò mai la forza e il coraggio di provarci, ma loro erano già lì, e si sta tentando di distruggere quello che è loro intorno.
Inutile parlarne, tanto i politici continuano a fare prendere aria alla bocca, senza stare a sentire nessuno.
Ho come l’impressione che se una persona parla di “bene comune” non viene creduto, si pensa subito ci sia qualcosa dietro.
Sono sporchi, e vedono sporcizia ovunque.
Sì, sono banale pure io, e metto la mia canzone del cuore.
Quella di oggi.
28 martedì feb 2012
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io non voglio entrare nel merito di quello che è accaduto durante la manifestazione no tav. non ci voglio entrare semplicemente perché non conosco i fatti e non voglio unirmi al coro di voci vere, non vere, dette, smentite. Ma una cosa vorrei dirla ed è che non ce la faccio più a sentire giornalisti, politici, semplici conoscenti parlare dei manifestanti come di manichini. Possono protestare, ma non devono dar fastidio. Ma che cazzo vuol dire? E’ come dire, protestate pure, ma in ordine per carità, si usa la parola protesta pacifica ma in realtà significa, andate lì pure tranquilli, fate un po’ di colore, ma comunque sappiate che, sì, siete nel diritto di protestare, ma smettetela di agitarvi e di infastidire, che tanto sta cosa s’ha da fare. Stamattina ho sentito dire, sì è giusto che protestino per la loro vallata, ma poi ci dovrebbe essere un ministro di questo governo tecnico che va lì e spiega loro perchè si farà, così loro, i poveri mentecatti (perchè è questo il sentire che traspare dai commenti) si calmano, capiscono e la piantano lì. Come se difendere il proprio territorio non fosse un valore aggiunto, ma una mania da valligiano, da piccolo contadino ebete che pensa solo al proprio orto. Trovo vergognoso questo atteggiamento da parte di tutti nei confronti di persone che stanno difendendo qualcosa (il territorio) che appartiene ad ognuno di noi. Io li ringrazierei ad uno ad uno, e invece adesso tra di loro vorrebbero far credere si nascondano pure i terroristi. Invece di dire che teniamo in piedi progetti che non interessano nessuno, per i quali sono stati stanziati fondi e magari previsti appalti che finiranno a chissà chi, ce la prendiamo con chi ancora crede in un valore: quello comune.
23 giovedì feb 2012
Posted in quel che resta del mondo
Eravamo un gruppo e avevamo un progetto, fortemente voluto da tutti (così pensavo io, e non perchè sono pazza, ma semplicemente perchè così mi era stato fatto credere).
Niente di eccezionale o di veramente importante se lo mettiamo in relazione a cosa possa essere la vita, e la morte: era semplicemente uno spettacolo teatrale.
Pensavo che ci interessasse per davvero, tanto da tornarci sopra dopo un primo accantonamento.
E invece mi sbagliavo.
Giorni fa, ho capito leggendo un commento (a una foto di un momento delle prove) da parte di un membro del gruppo:
“() ……. alla fine ce l aveva quasi fatta peccato !!!
Ecco la spiegazione: non è che ce l’avevamo quasi fatta, ma ce l‘aveva.
Non era un progetto comune, era un progetto che concepivano come mio e per questo, il senso di fallimento è stato vissuto solo da me.
Non riuscivo a spiegarmi, sino a questa frase, perché a nessuno interessasse arrivare in fondo, o non si sentisse un po’ deluso dal non essere arrivato al compimento.
Adesso ho capito, e ho smesso di soffrire.
Resta solo un po’ d’amarezza, ma va giù con un bel bicchiere di vino buono, o un bicchierino di porto con un amico sincero.
(*) Stephen Fry – Gli amici di Peter