
lo so, è vecchia… ma non ho resistito…
31 lunedì ott 2011
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26 mercoledì ott 2011
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C’è sta pazza che urla e si dispera chiusa in una carrozza.
La portano di peso in una casa di cura.
Lei urla ancora un po’.
Poi arriva nientepopodimenoche Jung e la vuole curare.
Lei, si calma, e in un nanosecondo gli racconta tutti i cazzi suoi, muove il mento in avanti (presente la Keira? tanto per dire no) e manda le braccia indietro. La pazza riesce a farla così, e bon.
Poi arriva pure nientepopodimeno che Freud e comincia prima ad essere d’accordo e poi a litigare.
Poi arriva il 4° moschettiere Otto Gross, che è da curare ma riesce a convincere Jung che sarebbe meglio che si scopasse la paziente, così forse potrebbe non apparire con un bastone infilato nel culo, la pianta di essere così rigido, e soprattutto si diverte un po’ con la ninfomane, che con quella ficasecca frigida di sua moglie, capace solo di sfornare bambini, sai che soddisfazioni a letto!
Jung, quando Gross scappa, dice e che cazzo!, qui ogni lasciata è persa, sì che mia moglie è ricca e io non ho problemi, mica come quel pezzente di Freud, ma una bella ciulata con questa (che mi ha pure raccontato che si masturba da quando ha 4 anni e le piace prenderle di santa ragione) io, sai che ti dico? sai che dico? Alla faccia della deontologia, me la faccio.
Sta scopata pazzesca si risolve in 4 sculacciate con lei messa a pecora sul letto, che fa ohhhh, sculacciata, ahhhhh, sculacciata, ahhhhh- ohhhhh, sculacciata.
Poi jung ci ripensa che freud gli dice che lo sa e che non si deve allora la molla, quella lo sfregia.
(nel frattempo lei è com-ple-ta-men-te guarita, sta preparando la tesi perché studia psicoanalisi pure lei (d’altronde col passato che ha, ed è pure ebrea, potrebbe non usare la sua esperienza come materia di studio?).
Ri-trombano. Stavolta lui la frusta, ahhhhh, frusta uhhhhh, frusta ahhhhh-uhhhhh, poi non mi ricordo, che ci vuole tutta che non mi sono addormentata:
La moglie nel frattempo ha tre figli ed è sempre più frigida e più ricca, lei lo va a trovare ed è incinta, si è sposata, lui dice”poteva essere il mio”, lei si alza e se ne va.
Lui resta sulla panchina, con la stessa unica espressione che ha tenuto per tutto il film.
Fine.
Partono i titoli di coda.
Vengono tagliati brutalmente.
Vengono accese le luci e le uniche persone rimaste siamo la mimi ed io che ci guardiamo attonite.
A Dangerous Method è una cagata pazzesca, e secondo me se Cronenberg ha smesso di drogarsi, farebbe meglio a ricominciare.
26 mercoledì ott 2011
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Comunico con viva e vibrante soddisfassione che ieri sera dopo esserci digitalisati, ci siamo messi su le castagne.
Capisco, non è una notizia: è ottobre, stagione di castagne, che cazzo vuole zia?
Il fatto è che le castagne sono quelle che cadono da un piccolissimo albero di castagne* che vive nello stesso giardino della scuola dove vivono pure l’ippocastano e l’albero di ciliegie.
Miracoli sopravvissuti nel cemento urbano.
Ecco, da cosa scaturisce la viva e vibrante soddisfassione…
* l'albero sporge sulla strada, chi non ci crede venga a vedere: angolo via asilo Garbarino, via Lazzaro Gagliardo (cliccare qui).
Quando incontriamo i vicini, si girano dall'altra parte senza salutare, perchè pensano che stiamo cercando dosi, nascoste ai margini della strada.
Quando invece ci vedono sporti al muraglione per raccogliere capperi, chiamano il 113.
26 mercoledì ott 2011
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E’ stato bellissimo, un’emozione e non da poco.
Un’esperienza a tutto tondo.
Non si può non condividere.
Poche persone conoscono la mia casa (che poi è una grossa tana da gatti con tanti libri e tanti dvd).
Sono anni che ho un piccolo televisore (a colori, quello ce l’ho) in cucina che sintonizzo coi baffetti, perché ho avuto sì due antenne amplificate, ma i gatti le hanno distrutte negli anni.
L’impianto dell’antenna centralizzata c’è: arriva all’ingresso, dentro uno sportello dove vive il cavo monco assieme al microfono del citofono, due oggetti abbandonati all’epoca maniaca del decoupage, un lucchetto di chissà che cazzo, e la coccarda natalizia da apporre fuori dalla porta, rigorosamente dall’8 dicembre al 6 gennaio..
Mai provato l’impianto centralizzato e quindi inconsapevole del funzionamento o meno dell’impianto stesso.
Ieri sera, annuncio in casa che stamattina ci sarebbe stato lo switch – off:
f. che è sempre un po’ distratto (o finge, secondo me finge…) dice “domani???? O cazzo”, quindi a quel punto gli spiego che sarebbe carino provare l’impianto analogico per almeno capire se ci potessero essere problemi preesistenti – e quindi un po' nel culo già ce lo avremmo avuto, o se i problemi si sarebbero verificati stamattina dopo l'apocalisse e avremmo dovuto strapparci tutti i capelli o rinunciare per sempre ad una felice serata davanti a un talk show serale*
*Tengo a precisare che coi baffetti non si riceveva rete uno, e di conseguenza ho rinunciato con profonda tristezza per lunghi anni a: Porta a porta, Sanremo, Missitaglia, serate premi regie televisive sanremasche, fiction sacre.
Un po’ i coglioni mi giravano per “Montalbano sono…” che poi mi toccava chiedere “ti prego ti prego ti prego, registrimelo” (sì, registrimelo, proprio come le maestre dei cica che dicono, salutimelo, mandimelo, diccelo).
Già da giorni, a rate, ci eravamo già muniti di decoder, presa scart e filo di antenna lungo 10 metri euro 3 acquistato dai cinesi (tanto per provare, che se non va, teniamo solo i terminali, idea mia).
Ieri sera, mentre si pulisce il basilico per il pesto, si srotolano i 10 metri di antenna, si dona finalmente un terminale al cavo penzolante, e si prova l’ebbrezza dell’analogico: ficata, si vede da dio, sono almeno 15 anni che immaginiamo la tv, e stasera – che domani si stacca – scopriamo che bastavano tre euro e non ci saremmo scoppiati gli occhi e le meningi ad immaginare programmi ed informazione.
Cazzo, guarda, Floris cià i dentoni, Fini è pallido, la Gelmini è ininfluente, (vederla o non vederla, pensi sempre stia per dire una cazzata, e non sbagli mai).
Poi, tra un pinolo e il parmigiano, si attacca il decoder, ed ecco il segnale digitale.
Siamo contenti, o per lo meno io, perchè è dalla nascita della Terza Rete che non vedo tanta agitazione per una novità: una cacata, lo dico e lo ripeto, e ne sono convinta, ma è pur sempre una novità.
Milioni di segnali che passeranno tutti assieme vicini vicini, stretti stretti.
Il digitale è uno sballo: prendi tanta merda di poca qualità, la comprimi, la comprimi, la comprimi ed ecco la magia, la merda si raddoppia, quadruplica, centuplica.
Adesso hai tanta tantissima merda da vedere, ma si vede molto peggio.
Io mi guardo intorno: sono in cucina, dal decoder – posato precario sopra la tv – parte un cavo d’antenna, che passa sulla calderina, sotto il tubo di ventilazione, in mille spire mi passa sopra la testa, sopra la porta della cucina, sul gancio fissa porta della porta del disimpegno, sui libri, sulla credenzina e infine arriva allo sportellino vicino alla porta d’entrata.
Ecco, questa è la tecnologia avanzata, questo è il progresso.
Casaaaaa!
(*) francese maccheronico, e non mi cacate la minchia.
18 martedì ott 2011
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Un mio parente eremita
17 lunedì ott 2011
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Non ci è dato sapere se Laure da grande si scoprirà lesbica oppure femme fatale.
Non ci interessa.
Quello che vediamo è una ragazzina in età pre-adolescenziale, che non si riconosce nel proprio corpo.
Non è colpa sua: il suo corpo non sa di femmina e non sa di maschio.
Ma la sua testa le dice che si diverte di più a giocare a pallone che con le bambole.
Laure è una bambina come tutte le altre, di fronte a una crescita che non sa ancora dove e se mai la porterà a fare un percorso diverso da quelle della maggioranze delle ragazzine.
Mentre assistevo ieri alla visione di questo film, e mi dicevo quanto era garbato, mi chiedevo pure come sarebbe difficile cucire vestiti addosso, indicare sessualità diverse alle proprie come malate (pensavo principalmente a nostri certi politici) se si assistesse più spesso a film come questi: al contempo ho sofferto per e con lei, chiusa in un corpo che non sente suo.
Tomboy è un piccolo gioiello, un ritratto tracciato con grazia di un’età in cui tutto diventa un problema.
Un tuffo al cuore quando ripone il suo piccolo fallo di pongo, servito per fare un bagno assieme agli altri, nella scatola dei dentini: appendici da cambiare a seconda dell’età.
Non è casuale.
Laure forse non si sentirà mai più Michaël, ma non importa: per un’estate lo è stata.
17 lunedì ott 2011
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Peter Pan non vola più.
Dei ragazzi perduti, due si sono persi per davvero e il rimorso è una croce che si porta addosso.
L’isola che non c’è è lontana trent’anni.
Il capitano Uncino non lo ha mai voluto affrontare.
Con lui resta Campanellino, a farle da amante, madre, badante.
A Peter Pan, dei giorni felici, resta la sua sola calzamaglia.
Cheienne è un bambino non cresciuto, un eterno ragazzo con vicino una donna inaffondabile.
Passa attraverso gli anni trascinandosi dietro un carrello per la spesa che diverrà un trolley nel momento che deciderà di farla finita con la paura.
Inutile raccontarlo, This must be the place, è un film da vedere, da godere, da assaporare.
Grand mezzi per il film di Sorrentino? Sì, e per fortuna così la smettiamo di far finta di fare film intimisti, e smettiamo di urlare al miracolo con film, noiosi , che se dici che non ti sono piaciuti, passi per quella che non capisce un cazzo.
“Vola al cinema”, citava uno slogan di un bel po’ di anni fa: il cinema ha da essere emozione, immagine, e storie narrate da una figura di uomo/donna che viene definita regista, perché oltre a dirigere attori e riprese, deve dirigere gli spettatori.
Deve prenderli per mano, farli sedere (in una poltrona possibilmente comoda, davanti a uno schermo visibile, dove possibilmente viene proiettata una buona copia del suo prodotto) e dirgli, questa è la mia storia, adesso ve la racconto. Vi piace?
Gli spettatori in genere vanno dai cine panettoni alle seghe mentali: quello che sta in mezzo, per la maggior parte di loro è merda.
Questo è un film per spettatori della mia età, ricorda molto i film degli anni 70 (che noi cinquantenni abbiamo molto amato),
Sorrentino ci accompagna in questo viaggio verso l’abbattimento della paura dell’interprete, che è poi una condizione che ritroviamo in buona parte della nostra generazione.
Cheyenne si trucca e da quel giorno non affronta più il padre.
Cheyenne si ritiene responsabile di due morti e da quel giorno depone le armi.
Cheyenne sa di essere stato un mediocre, molto molto fortunato e lo dice in un dialogo a David Byrne che ritiene invece un vero artista.
Cheyenne viaggia, in cerca di qualcosa, e non sa cosa.
Ha una missione, ma non è quella che lo muove.
Incontra personaggi e micro storie, ognuna raccontata magistralmente.
Peter Pan, abbandonerà la calzamaglia e si ricongiungerà con la propria ombra.
11 martedì ott 2011
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Drive è un film nel quale si capisce sin da subito che la storia non potrà portare al lieto fine.
Una storia cruda, violenta e disperata (come ha scritto una mia amica sintetizzando in un sms rispondendomi “sì, disperato. Bravi gli attori. C’è un po’ di ingenuità improbabile nella storia. Ma me lo sono goduto”).
La regia esiste eccome, la camera quando non riprende dall’elicottero una Los Angeles notturna e illuminata a giorno, segue comunque all’interno dell’inquadratura gli attori, ci aiuta a capire, con i suoi movimenti, quello che sta accadendo.
Mi chiedevo il perché di questi primi piani indugiati sul viso impassibile del “guidatore”, che in alcuni momenti spiazza con la sua fissità, tanto da ricordarmi Jeff Bridges, alieno arrivato sulla terra in Starman di Carpenter.
Poi mi sono data una spiegazione: forse la calma e l’immobilità servono a far risaltare la violenza delle sue azioni nel tentare di difendere le persone che ritiene le più importanti per lui?
Curiose anche le poche parole che riesce a formulare, quasi fosse una persona con grosse difficoltà di relazionarsi con gli altri.
Forse una persona sola, con nessun affetto, abituato ad arrangiarsi da sempre?
Certo l’aspetto, il modo di muoversi, gli abiti, lo sguardo, sembrerebbero una corazza costruita per gettare fumo e per sopravvivere.
O forse invece, è un violento da sempre, e lo nasconde sotto l’aspetto del biondino buonino?
Ho come l’impressione che sia un film che gioca molto sull’emotività: sono uscita dal cinema. a fine visione. colpita e muta.
Ripensandoci oggi, leggo qualche falla della quale non mi ero accorta subito.
Deludente Carey Mulligan, che ho adorato in An education e in Non lasciarmi, tutta sorrisini e dito indice alle labbra.
Bravi tutti gli altri, assolutamente in parte, compreso il bambino, anche se ritengo siano ruoli tutti un po’ stereotipati: il gangster cattivo, il gangster a scalare, la mezza tacca, il povero ladruncolo piovuto in mezzo a storie più grosse di lui.
Drive è comunque un film che non si dimentica facilmente, da vedere, e con un occhio bene aperto a tutte le sfumature.
06 giovedì ott 2011
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